Due vittime in più. Due nomi che si aggiungono a una lista già troppo lunga di persone travolte dall’odio, dall’intolleranza e dall’incapacità di accettare l’altro per ciò che è.
A Torre del Lago, in Versilia, un uomo di 60 anni ha ucciso a fucilate la moglie e il figlio all’interno della propria abitazione. Una tragedia familiare che ha sconvolto l’Italia e che, al di là delle responsabilità penali che saranno accertate dalla magistratura, impone una riflessione profonda sul significato della parola famiglia.
<<Ragazzi è brutto pensare che un padre ti preferisce morto che gay>>
Queste parole Mirko Moriconi, classe 2002, le affidava ai social già nel 2022. Una frase che oggi assume un peso insopportabile. Una frase che non dovrebbe essere pronunciata da nessun figli*, perché la famiglia dovrebbe essere il primo luogo di protezione, di ascolto e di accoglienza.
Sui social si presentava come Michelangelo Andreoni, scegliendo il cognome della madre che tanto amava. Nelle fotografie pubblicate online compaiono spesso insieme, sorridenti, complici. Immagini che raccontano un legame profondo e che oggi rendono ancora più dolorosa questa vicenda.
La musica era una delle sue passioni. Nei suoi profili social pubblicava canzoni e testi che parlavano di sofferenza, speranza e ricerca di sé. In uno di questi scriveva:
“Forse è questo il senso del mio vivere
Forse dal dolore si potrà pure guarire
Ma anche scrivere canzoni, anche scrivere canzoni
Oramai da troppo tempo io mi chiedo come stiamo
Eravamo il nostro eterno, il nostro pane quotidiano”
Parole che colpiscono perché raccontano il tentativo di trasformare il dolore in arte, la sofferenza in qualcosa che potesse avere un significato.
Questa tragedia, che arriva proprio nel mese del Pride , ci ricorda una verità scomoda: la battaglia per i diritti delle persone LGBTQIA+ non riguarda soltanto la visibilità o il riconoscimento pubblico. Riguarda la possibilità di vivere senza paura. Senza paura di essere insultati, discriminati, emarginati, cacciati di casa o, nel peggiore dei casi, vittime della violenza.
Davanti ad episodi del genere la politica non può chiamarsi fuori ma dovrebbe assumersi le proprie responsabilità.
Quando esponenti politici nazionali continuano a contrapporre famiglie “naturali” e famiglie “non naturali”, alimentando una narrazione che divide cittadini di serie A e cittadini di serie B, si contribuisce a creare un clima culturale in cui qualcuno viene percepito come meno degno di rispetto, meno degno di tutela, meno degno di esistere.
La realtà è molto più semplice delle battaglie ideologiche. Una famiglia non è definita dall’orientamento sessuale dei suoi componenti. Una famiglia è il luogo in cui si ama, si protegge e si sostiene. Quando questi elementi vengono meno, resta soltanto un vincolo biologico privo del suo significato più autentico.
I diritti non sono privilegi. Nessuna persona LGBTQIA+ chiede trattamenti speciali. Chiede di poter vivere la propria esistenza con la stessa libertà e la stessa dignità riconosciute a ogni altro cittadino.
Quando un giovane muore perché l’odio ha trovato spazio dove avrebbe dovuto esserci amore, non fallisce soltanto una famiglia. Fallisce una comunità. Fallisce la politica. Falliamo tutti.
E ogni volta che accade, il silenzio diventa una forma di complicità.
