• 29 Agosto 2026 7:26

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La firma non basta: cosa significa davvero donare

Senior woman's hand signing a document, close-up

Ogni anno, con la dichiarazione dei redditi, siamo chiamati a destinare il 2×1000, il 5×1000 o l’8×1000. Un gesto che non comporta una spesa aggiuntiva, e che spesso compiamo distrattamente o non compiamo affatto. Ma dietro quella firma resta una domanda: ha ancora senso parlare di dono?

Non intendo promuovere una causa specifica, ma interrogarmi sul significato della donazione. Non dal punto di vista fiscale o economico, ma umano e spirituale.

Anche chi non crede può riconoscere in questi testi un patrimonio culturale che da duemila anni interroga l’uomo sul senso dell’agire. Gli insegnamenti evangelici, al di là della fede, restano una proposta radicale sul modo di vivere.

Nel capitolo 13 della Prima Lettera ai Corinzi, San Paolo afferma che anche il dono più estremo, offrire tutti i propri beni, persino se stessi, diventa inutile se manca l’amore. Il gesto può essere grande, ma senza carità resta vuoto. Non conta la quantità: conta l’intenzione.

Basti ricordare l’episodio della vedova: Gesù e i discepoli si trovano nel Tempio, assistono a come tanti ricchi fanno donazioni cospicue e nel mentre arriva una vedova e lancia solo due monetine. Dio misura in modo diverso dagli uomini. Poco, nulla se paragonato a quello donato dagli altri eppure Gesù le attribuisce grande importanza, perchè?

Agli occhi degli uomini conta la cifra. Nel Vangelo conta la proporzione: quanto di me sto consegnando? La vedova non dà il superfluo. Dà ciò che la sostiene. Per questo il suo gesto pesa più di ogni offerta vistosa.

La domanda allora è inevitabile: quale spirito dovrebbe guidare il dono del cristiano? Soprattutto cosa significa donare?

Cosa significa donare?

Partiamo dal significato della parola. “Donare” significa offrire qualcosa liberamente, senza pretendere restituzione. Il termine deriva dal latino dōnum (dono, offerta votiva, atto del donare, cosa donata, onori funebri) e dal greco δῶρον (doron) (dono, offerta, voto sacro, tributo). In entrambi i casi l’idea centrale è quella di un atto consegnato senza calcolo di ritorno.

Non è lo stesso di “regalo”, parola che spesso sottintende reciprocità. Non è un “omaggio”, termine oggi legato più alle dinamiche commerciali che alla gratuità. Non è nemmeno un semplice “pensiero”, espressione che talvolta riduce il gesto a formalità.

Il dono autentico interrompe la logica dello scambio. Non compensa, non bilancia, non chiede di essere restituito. È un atto libero che non calcola.

Quindi quale doveva essere l’atteggiamento dei cristiani? Lo possiamo leggere in Matteo 6:1-3:

Versetto 1
“State attenti a non fare pubblicamente le vostre buone azioni per essere ammirati, altrimenti perderete la ricompensa dal Padre vostro che è in cielo.“

In queste parole non dobbiamo pensare che Gesù stia condannando le buoni azioni e che pertanto non si debbano mai compiere, piuttosto sta indicando che non debbano essere fatte davanti agli altri per dare spettacolo come un se si fosse sul palcoscenico di un teatro. Bisogna ricordare che la legge mosaica indicava come aspetti essenziali per l’adorazione l’elemosina, la preghiera e il digiuno.

Versetto 2
“Quando fate l’elemosina, non fatelo sapere in giro, come fanno gli ipocriti, che fanno suonare la tromba nelle sinagoghe e per le strade per richiamare l’attenzione della gente sui loro atti di carità! Vi dico in tutta sincerità che, così facendo, hanno già ricevuto tutta la loro ricompensa.”

Gesù denuncia un rischio preciso: trasformare la carità in spettacolo. L’elemosina fatta per essere applauditi perde il suo valore. Il gesto rimane, ma l’intenzione lo svuota.

Gli scribi sceglievano di fare le loro elemosine nelle sinagoghe e nelle strade, dove c’era la più grande folla di persone ad osservarli. Non che sia illecito fare l’elemosina quando gli uomini ci vedono; Possiamo farlo, dobbiamo farlo, ma non perché gli uomini ci vedano; se facevano l’elemosina nelle loro case, suonavano la tromba, con il pretesto di chiamare i poveri a raccolta per essere serviti, ma in realtà per proclamare la loro carità, e per far sì che ciò fosse notato e fatto oggetto di discorso.

Oggi nessuno suona la tromba nelle piazze, ma la logica non è scomparsa. I social network possono diventare la nuova sinagoga pubblica: il gesto solidale fotografato, condiviso, commentato. Non sempre per aiutare, talvolta per costruire un’immagine.

Versetto 3
“Ma quando fate un favore a qualcuno, fatelo di nascosto, non dite alla vostra mano sinistra ciò che sta facendo la destra.”

Questo per rendere l’idea che non bisogna ostentare a quelli vicini di aver fatto una donazione nemmeno di fronte alle persone che ci sono cosi vicine. Il bene, quando è autentico, non diventa strumento di autoaffermazione.

La questione, allora, non è se donare o meno. È chiedersi perché lo facciamo. Per sentirci migliori? Per essere riconosciuti? O perché crediamo davvero che l’altro conti più della nostra immagine?

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