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James Van Der Beek, morto a 48 anni: l’addio a Dawson e a un’epoca

DiNicola Baselice

Feb 12, 2026

È morto a 48 anni James Van Der Beek, volto simbolo di Dawson’s Creek. Nell’agosto 2023 gli era stato diagnosticato un cancro del colon-retto, reso pubblico nel novembre 2024. A darne notizia è stata la moglie, con cui aveva avuto sei figli.

Quando muore un attore, non perdiamo solo una persona che ha fatto il suo mestiere davanti a una telecamera. Perdiamo un frammento della nostra storia personale. Anche se non lo abbiamo mai conosciuto davvero, la sua presenza ha abitato i nostri pomeriggi, le nostre stanze, le nostre fasi di crescita.

Non appartengo alla generazione che seguì in diretta di Dawson’s Creek. Quando andò in onda l’ultima puntata, ero ancora alle scuole elementari. Come ogni appassionato di serie tv, l’ho recuperata dopo. È questo il potere delle grandi narrazioni: non hanno un tempo solo loro, ma un tempo che si rinnova con chi le scopre.

Così accade che quegli attori entrino nella tua vita in modo silenzioso ma stabile. Per molti di noi James Van Der Beek non è mai stato soltanto James Van Der Beek, anzi forse ai più il suo vero nome non dice nulla, per noi è stato Dawson Leery ed insieme a lui ci sono stati Pacey Witter e Joey Potter. I loro nomi reali si affievoliscono, mentre i personaggi restano. Perché sono stati loro a crescere con noi.

Non si saluta soltanto un attore. Si saluta un’epoca.

Dawson’s Creek era una serie molto avanti per il suo tempo. Per il me bambino era incomprensibile. Per l’adulto di oggi è sorprendentemente attuale. Era una serie per adolescenti, ma non superficiale: metteva a fuoco fragilità, prime esperienze, paure, desideri. Aveva trame vivaci, dialoghi lunghi, a volte eccessivi, spesso non politicamente corretti. Non cercava di proteggere lo spettatore: lo metteva davanti alle proprie insicurezze.

Le serie tv hanno questa forza: accompagnano la crescita. I personaggi maturano mentre maturiamo noi. E quando se ne va chi ha dato loro volto e voce, qualcosa dentro si sposta. Non è solo nostalgia. È la percezione di un ciclo che si chiude. Di un tempo che non tornerà.

Quando muore un attore, si chiude una stagione della cultura televisiva, ma anche una stagione interiore. Resta un vuoto difficile da spiegare, perché non è legato alla conoscenza personale, ma alla memoria condivisa.

Forse è questo il punto: non stiamo piangendo solo un uomo, ma il ragazzo o la ragazza che eravamo quando lo guardavamo sullo schermo.

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