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La Fenice di Pagani, dal sogno all’abbandono: il rimpianto non basta, bisogna interrogarsi sulle responsabilità

DiNicola Baselice

Ott 21, 2026

La notizia della chiusura definitiva del cinema multisala La Fenice di Pagani,che si apprende da altri organi di Stampa, riaccende i riflettori su una struttura che, negli anni, ha rappresentato molto più di una semplice sala cinematografica: un luogo di aggregazione, un presidio culturale e un punto di riferimento per tanti giovani del territorio.

Inaugurato il 17 dicembre 2010, durante l’amministrazione Gambino, il multisala fu progettato dall’ingegnere Attilio Elettore e disponeva di due sale, rispettivamente da 300 e 200 posti. Un’opera che ambiva a rappresentare un motivo d’orgoglio per Pagani e per l’intero circondario, ma il cui destino impone oggi una riflessione che vada oltre la nostalgia.

Di fronte ai commenti indignati e al rammarico manifestato dopo la notizia della chiusura, una domanda scomoda, ma necessaria, resta sul tavolo: quanti di coloro che oggi lamentano la perdita della Fenice hanno contribuito concretamente a mantenerla viva, frequentandola e sostenendone l’attività nel corso degli anni?

È legittimo interrogarsi sulla distanza tra il rimpianto di oggi e la partecipazione di ieri. Sarebbe però troppo facile attribuire ogni responsabilità alla disaffezione dei cittadini: la crisi di una struttura culturale può dipendere da molteplici fattori: dalle abitudini del pubblico alla sostenibilità economica, dalle scelte gestionali e alle politiche di valorizzazione del territorio. Proprio per questo, la chiusura della Fenice merita un’analisi seria, non una semplice ricerca di colpevoli.


Dalla sala cinematografica a un servizio per la comunità

Un episodio che merita di essere ricordato e che restituisce alla struttura un significato ancora più ampio e quello avvenuto durante il periodo COVID.

Nel marzo 2021, durante l’emergenza sanitaria legata al Covid-19, il multisala fu individuato come sede di un Punto Vaccinale di Popolazione. Come riportato da In Prima News il 18 marzo 2021, il Comune di Pagani completò l’allestimento degli spazi di propria competenza, secondo le indicazioni dell’Asl Salerno.

Il progetto prevedeva, al piano terra, aree di accettazione e registrazione, quattro postazioni informatiche per l’anamnesi, un punto di smistamento, quattro box vaccinali e una sala d’attesa post-vaccinazione. Un’organizzazione resa possibile dalla collaborazione tra diversi soggetti, politici e non, e dalla disponibilità di Raffaele Vaglia, gestore del multisala.

Un episodio che dimostra come la Fenice potesse essere considerata non soltanto un’attività commerciale, ma anche uno spazio potenzialmente utile alla collettività, capace di essere destinato a una funzione sanitaria in un momento di particolare difficoltà per il nostro Paese.

Questa pagina della sua storia rende ancora più importante una domanda: quale futuro è stato immaginato per una struttura che ha dimostrato di poter ospitare anche funzioni diverse da quella cinematografica? E quali possibilità esistono oggi per restituirla, in una forma adeguata e sostenibile, alla comunità?

Il degrado e la sicurezza: una questione da non ignorare

Accanto alla perdita della funzione culturale, resta il tema delle condizioni dell’area e delle preoccupazioni legate alla sicurezza urbana.

La cronaca locale ha documentato episodi preoccupanti a Pagani. In un articolo pubblicato da SalernoToday il 5 febbraio 2018, veniva riportato il caso di un venticinquenne incensurato fermato dai carabinieri nei pressi del cinema con circa 100 grammi di cocaina. Nel gennaio 2020, un’altra notizia della stessa testata si occupava del fenomeno delle baby gang a Pagani, riportando anche un appello rivolto al prefetto.

Si tratta di episodi che vanno contestualizzati e che non dimostrano, da soli, un rapporto diretto tra la chiusura del cinema e i problemi di sicurezza. Tuttavia, richiamano l’attenzione su una questione più generale: il decoro, la sicurezza e la vivibilità degli spazi urbani richiedono presenza, attenzione e interventi concreti.

Un luogo frequentato, curato e inserito nella vita quotidiana della città può contribuire alla vitalità di un quartiere. Ma non basta riaprire un’attività per risolvere problemi sociali complessi, né è corretto attribuire a un singolo spazio la responsabilità di fenomeni che richiedono risposte più ampie.

La domanda, quindi, non è soltanto che cosa sia accaduto alla Fenice, ma anche quale attenzione sia stata riservata, nel tempo, al contesto in cui si trova e quali azioni possano essere intraprese per impedirne un ulteriore deterioramento.

Le recensioni raccontano una storia più complessa

A offrire ulteriori spunti di riflessione sono anche le recensioni lasciate negli anni da alcuni frequentatori del multisala. Commenti che, pur non rappresentando un’indagine statistica né il giudizio complessivo di tutti gli utenti, restituiscono uno spaccato interessante della percezione della struttura.

Già otto anni fa, un utente definiva la Fenice «un punto di riferimento per l’intera gioventù del paese», apprezzando la capienza delle sale e la qualità dell’audio, ma segnalando la necessità di curare maggiormente gli spazi esterni e richiamando la responsabilità dei cittadini rispetto al decoro e alla pulizia.

Un’altra recensione, risalente a circa nove anni fa, descriveva una bella struttura penalizzata, secondo l’autore del commento, dall’inciviltà di alcuni ragazzi, citando bottiglie abbandonate, scritte sui muri e mattonelle rotte.

Ma il quadro non è fatto soltanto di comportamenti attribuiti al pubblico. In una recensione più recente, pubblicata circa due anni fa, un frequentatore apprezzava le dimensioni della sala principale e il sistema audio, lamentando tuttavia poltrone non adeguatamente manutenute, alcune delle quali sporche, e carenze di personale durante le proiezioni più importanti, con lunghe file e un servizio insufficiente al banco di bibite e popcorn.

Sono osservazioni che meritano attenzione proprio perché provengono da prospettive differenti. Da un lato emergono le criticità legate al rispetto degli spazi comuni; dall’altro, vengono segnalati aspetti organizzativi e manutentivi che riguardano il funzionamento della struttura.

Non sarebbe corretto attribuire a queste testimonianze il valore di una sentenza definitiva sulle cause della chiusura. Sarebbe altrettanto sbagliato, però, ignorarle.

Non bastano le lacrime di coccodrillo

Il punto centrale resta uno: un’infrastruttura culturale non sopravvive grazie ai ricordi nostalgici o alla memoria di ciò che è stata. Ha bisogno di pubblico, di una gestione sostenibile, di una programmazione capace di intercettare i bisogni del territorio e, quando necessario, di un confronto serio con le istituzioni.

La chiusura della Fenice non può essere liquidata come la semplice fine di un’attività commerciale. È anche l’occasione per interrogarsi sul rapporto tra Pagani e i suoi luoghi di aggregazione, sulle responsabilità dei cittadini, sulle scelte gestionali e sul ruolo che le istituzioni possono svolgere nella tutela e nella valorizzazione degli spazi di interesse collettivo.

Se vogliamo davvero bene a Pagani, dobbiamo avere il coraggio di porci domande scomode. Quanti hanno sostenuto concretamente il cinema quando era aperto? Quali difficoltà ne hanno compromesso la continuità? Si è fatto abbastanza per valorizzarlo? E soprattutto, che cosa si intende fare adesso?

Non si tratta di distribuire colpe sulla base di impressioni, ma di ricostruire fatti e responsabilità, affinché la chiusura non diventi l’ennesimo capitolo di una storia di abbandono senza prospettive.

Il rammarico di oggi dovrebbe trasformarsi in un impegno concreto. Perché i luoghi di aggregazione non possono essere riscoperti soltanto quando chiudono: devono essere sostenuti, curati e difesi mentre sono ancora vivi.

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